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LE DIFFERENZA TRA ITALIA E SPAGNA

LE DIFFERENZE TRA E SPAGNA ITALIA SONO LA NECESSITÀ DI DAR VITA A UN POLO PRAGMATICO RIFORMISTA

Giustamente, su questo giornale, Paolo Morando ha richiamato l'attenzione sulle lezioni che si possono ricavare per la politica italiana dall'esito delle elezioni politiche in Spagna. Lo penso anch'io, pur traendone una conclusione diversa.

Certamente, per molti versi, la Spagna moderna appare oggi molto più avanzata del nostro Paese, avendo per di più recuperato, in un tempo relativamente breve, l'enorme ritardo economico e sociale della sua condizione di partenza.

Non a caso, del resto, il meccanismo dell'alternanza al potere fra le diverse forze politiche in quel Paese è entrato in funzione pochi anni dopo la fine della dittatura franchista, senza produrre peraltro particolari contraccolpi (a parte il tentativo da operetta del colonnello Tejero). Mentre in Italia, al contrario, si è dovuto aspettare mezzo secolo dalla Liberazione, con decenni contrassegnati da complotti golpisti, stragi di Stato, terrorismi rossi e neri che hanno provocato centinaia di morti. Forse ciò è dipeso anche dal fatto che il franchismo è morto nel suo letto, consentendo

così (anche grazie al ruolo della monarchia) il passaggio dalla dittatura alla democrazia in maniera sostanzialmente indolore. A differenza di quanto avvenuto in Italia dove il fascismo è invece caduto fra le macerie di una guerra perduta e con le inevitabili violenze fratricide conseguenti all'impossibilità di una pacifica transizione.





Forse ciò ha qualche connessione con la scelta di conservatori e socialisti (le due componenti principali della politica post-franchista) che, nei primi fragili anni della transizione, hanno deciso di non utilizzare i terribili fatti del passato come arma per una reciproca delegittimazione (il cosiddetto «patto dell'oblio»). Ciò che ha consentito, successivamente, di rimuovere sul serio le eredità del franchismo.

Forse ha aiutato questa rapida e seria transizione l'aver rapidamente adottato meccanismi istituzionali funzionali (una legge elettorale selettiva ma razionale, poteri efficaci in capo al primo ministro) senza che alcuno incitasse il popolo a insorgere contro immaginari pericoli autoritari.

Forse è di qualche importanza anche il fatto che la «Tangentopoli» spagnola (non solo forme di finanziamento illecito alla politica ma addirittura finanziamento di «squadroni della morte» per reprimere il terrorismo basco) non abbia consentito impunità ma nemmeno la totale demolizione del sistema politico esistente.

Grazie a tutto ciò, insomma, anche in presenza di tensioni politiche drammatiche (come le pulsioni secessioniste della Catalogna) o situazioni di stallo come quella attuale, la politica spagnola non perde la capacità di gestire gli eventi, e neppure è costretta a ricorrere a formule esoteriche come i governi «istituzionali» o «del Presidente». E perfino di fronte all'eventualità di ripetute elezioni anticipate nessuno perde la testa.

La lezione principale da trarre è, allora, che tutto ciò è stato ed è possibile perché le due forze principali in Spagna sono rappresentate da partiti (i popolari e i socialisti) caratterizzati da culture politiche definite e fortemente radicate nella tradizione e, soprattutto, tali da rappresentare posizioni tanto «alternative» quanto «moderate».

Per questo il partito Popolare ha prosciugato elettoralmente gli estremisti di Vox. Per questo i presunti «centristi» di Ciudadanos si sono trovati privi di spazio. Per questo i socialisti di Sanchez sono la forza maggioritaria nel fronte progressista e possono interloquire anche con la sinistra radicale senza diventarne subalterni.

In Italia, invece, i tanti nodi irrisolti (storici, politici e istituzionali) fanno sì che, ancora oggi, si affrontino in campo nazionale due schieramenti anomali, il cui furore ideologico e demagogico cerca, con una permanente delegittimazione reciproca, di mascherare una sostanziale sterilità di idee e di programmi. Da qui l'esigenza non di un terzo polo «centrista» (che Azione non è certo interessata a costruire) ma di una forte componente pragmatica e realmente «riformista» che sia in grado di stimolare la nascita di un'alternativa convincente allo schieramento che oggi governa il nostro Paese. Anche perché ciò non sarà possibile fino a quando il Pd avrà una identità indefinita e, per questo, si farà sempre condizionare dalle tante fumisterie populiste e giustizialiste che circolano ampiamente nel nostro Paese.

Non sarà infatti certo sufficiente agitare quotidianamente il «pericolo fascista» per battere e rovesciare il governo in carica. Anche perché si tratta di un pericolo avvertito più dalle redazioni di Repubblica, Stampa e Fatto Quotidiano che dagli elettori. E tanto più se (come giustamente suppone Morando) Giorgia Meloni, imparando la lezione, deciderà di portare avanti ulteriormente la già iniziata trasformazione del suo movimento politico.

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